Da mesi in Regione Lombardia si sente parlare di fase costituente, di grande occasione per la riforma delle istituzioni e della Lombardia stessa. Oggi ne abbiamo avuto la conferma, in una seduta del Consiglio regionale particolarmente significativa e utile per comprendere lo stato delirante in cui si trova la politica regionale. Innanzitutto, dopo mesi di retorica monumentale sullo nuovo statuto (rispetto alla riforma del quale la Regione è in ritardo di sei lunghissimi anni), abbiamo appreso che - per questioni politiche interne alla maggioranza, come sempre - si addensano molte nuvole addirittura sulla stessa convocazione della commissione speciale che se ne dovrebbe occupare. Come se ciò non bastasse, in aula, questa mattina, la discussione sulla legge d'iniziativa popolare sui ticket (tema d'attualità, mi pare) non si è nemmeno tenuta, perché la maggioranza ha votato il rinvio in commissione; più tardi, si è tornati al primo amore: le peppole e le passere e gli storni, con la votazione di due leggi quadro, sulle specie in deroga e sui richiami vivi (anche loro in deroga), che consentono alla giunta regionale di regolamentare la caccia in deroga, appunto, alle direttive Ue. Oltretutto, la discussione avviene mentre le peppole sono lontane dalla nostra Regione e non si possono adeguatamente organizzare: con il popolo migratore in contumacia, Regione Lombardia si attrezza per dargli la caccia, senza tenere in grande considerazione (anzi, proprio in nessuna) le norme che provengono dall'Europa e pensando, piuttosto, ai voti che provengono dai capanni. Speriamo che qualcuno li avvisi, i poveri volatili, prima che ritornino dalle nostre parti. In finale di seduta, discussione sul piano triennale per i finanziamenti della Legge 9, dedicata alla promozione di iniziative culturali. Si tratta di quei fondi che vanno in misura straordinaria alle iniziative di orientamento leghista (una coincidenza: l'assessore è leghista da due legislature). Alle nostre rimostranze - quelle che ho definito "richiami morti", per distinguerli dagli altri e perché nessuno li ascolta mai - mi è stato risposto, dai banchi della Lega, e in particolare dal loro capogruppo, con il gesto - ripetuto - dell'ombrello. Una modalità di probabile ascendenza celtica, ottima per interpretare il dibattito politico, che fa onore all'aula e alla regione che rappresentiamo. Sipario.
Marc Lazar torna in libreria con Democrazia alla prova. L'Italia dopo Berlusconi (Laterza). Un testo molto ricco di spunti e di suggestioni, una indicazione molto lucida per la exit strategy del Paese e del centrosinistra per uscire dalle proprie incertezze e dal «momento Berlusconi». Scrive Lazar nelle sue conclusioni: «Il "momento Berlusconi" riflette dunque bene la deriva dell'Italia, nel senso che il suo presente e il suo futuro sono egualmente indecisi e imprevedibili. L'incertezza è aggravata dall'accumulo di indici negativi, e la forte diffidenza dei cittadini verso la maggior parte delle proprie istituzioni e dei dirigenti politici alimenta allo stesso modo il dubbio e lo scetticismo diffusi». E', quindi, 'finita' per l'Italia? Lazar crede di no, in ragione della nostra tradizione (con rapide riprese dopo momenti di difficoltà), della responsabilità di alcuni e dalla vitalità di molti. Come in altre occasioni, l'Italia ce la può fare, dunque, puntando - secondo Lazar - sulla rilegittimazione delle sue élite e sulla soluzione del problema della rappresentanza politica. Due temi a me cari, a cui aggiungerei una virtù non proprio italica: quella del coraggio. Una cosa è certa: perché quello che Lazar chiama «Sisifo moderno» ce la possa fare, la politica deve cambiare: prima che sia troppo tardi e che la pietra politica che il Sisifo italiano si trova a spingere scivoli verso il basso, definitivamente, portandosi con sé il "sistema paese". E tutti noi.
Scrivevo, giorni fa, che per non tornare indietro, Monza ha bisogno di riconoscere la propria ricchezza: come l'essere di Aristotele, credo che la nostra città si possa dire in molti modi. Vale la pena di indagarli, insieme, e di individuare quelli che meglio la descrivono. Per questo, la coalizione che sostiene Michele Faglia e la sua nuova candidatura a sindaco di Monza, dopo cinque anni di buongoverno, parte domenica prossima con un percorso di partecipazione democratica, che ha l'ambizione di coinvolgere i cittadini monzesi nel loro complesso. Domenica 4 febbraio, alle ore 10.30, in sala Maddalena, Michele Faglia presenterà il suo manifesto per le elezioni comunali, una sorta di introduzione al programma elettorale per il mandato 2007-2012, che sarà poi scritto con i cittadini. Attraverso audizioni, confronti e dibattiti; incontri nei quartieri, ogni settimana, in tutto il periodo elettorale; la consultazione diretta di 100 elettori delle primarie, estratti sulla base di precisi criteri statistici, e coinvolti in prima persona nella redazione del programma; un sito internet aperto a suggerimenti, consigli, progetti e soluzioni; un momento conclusivo, in cui presentare il lavoro dei cinque anni e il programma che Monza ha scritto per sé. Ci siamo basati, nell'immaginare questo percorso, sul libro di Paul Ginsborg, La democrazia che non c'è (Einaudi), che tutti quelli che fanno politica dovrebbero leggere: il professor Ginsborg sarà coinvolto nel percorso, e ci sarà la possibilità di dare il via a quello che non esito a definire un «programma partecipato», esattamente come lo è, sempre di più, il bilancio del nostro Comune, da quando Faglia è sindaco della città. Scrive Marc Lazar nel suo Democrazia alla prova, uscito solo qualche giorno fa per Laterza: le primarie rappresentano «il ponte» che i partiti e le forme organizzate della politica «tentano di lanciare in direzione della società civile, per associare i cittadini a una presa di coscienza. [...] Rimane da verificare se queste primarie saranno seguite da altre iniziative in grado di stabilire un'interazione tra i partiti e la società». Crediamo che il nostro tentativo vada in questa direzione: verso la società, verso la democrazia. Se ci sarete, in tanti, ciò sarà davvero possibile. Vi, ti aspettiamo in sala Maddalena, domenica prossima, e vi, ti preghiamo di diffondere il manifesto dell'iniziativa. Come dice il nostro slogan, Monza sceglie il suo programma. Anzi, il tuo.
Blocco del traffico. Ho provato la bicicletta, il treno, la metropolitana, il taxi e anche il "pedibus calcantibus". Le mie conclusioni sono le seguenti. Ci sono state troppe deroghe e l'assurdità delle Euro4 che circolano. Logica vorrebbe che chi non ha un'auto Euro4 fosse incentivato a cambiare macchina, non che, come accade, vengano premiati con un giorno di bonus quelli che già ce l'hanno (come se fosse un merito particolare). Il blocco, per sua natura, deve essere tale, altrimenti il suo significato politico e culturale si perde. Come si perdono (di vista) i controlli, minimi, come sempre: poche le pattuglie dei vigili per le strade. Come pochissime sono state le iniziative di promozione della giornata senz'auto. Il blocco, è noto, serve a poco dal punto di vista della riduzione del Pm10, ma serve - molto - per far comprendere che il problema non è più rinviabile. Se i primi a non comprenderlo sono proprio gli amministratori della Regione Lombardia - che il blocco lo programmano con qualche mese di anticipo per poi confermarlo soltanto nei giorni immediatamente precedenti - siamo a posto. Il paradosso è che l'hanno capito di più i tanti cittadini, che hanno riempito Milano e l'hinterland di biciclette: a riprova della distanza della politica dalle persone che dovrebbe rappresentare. Se l'Unione governasse, adotterebbe una politica diversa, distribuita lungo tutto il calendario invernale, con iniziative più coraggiose e incisive. Il blocco, in quel quadro, avrebbe un senso: a meno di non voler pensare che si tratti di una ricorrenza, da celebrare in modo distratto, quasi senza accorgersene. Come accade, ogni anno, verso la fine di gennaio, nella regione più avanzata del Paese.
Nota personale: mi dicono (quasi tutti) che nel blog parlo di cose troppo formali e istituzionali. Allora, beccatevi questa. Sarà per una serata bella e divertente appena tracorsa; sarà perché abbiamo sistemato il bilancio in Comune; sarà perché inizia la campagna elettorale (l'unica passione che condivido con Berlusconi); sarà perché stamattina il giro in bicicletta con Luca ha aperto, perdonate il gioco di parole, la stagione all'aperto (con le montagne - con la neve - sullo sfondo); sarà perché il blocco - di cui parlo in altro post - è per me sempre un momento particolare (non so perché, ma il blocco delle auto, a me libera i pensieri); sarà per un pranzo giapponese e 'internazionale' e appassionato con Alberto Biraghi e Ivan Scalfarotto (e altri amici e amiche che dimostrano che la Sinistra milanese non è per sua natura depressa come ce la rappresentiamo); sarà per la colonna sonora di Aimee Mann; sarà perché ho incontrato decine di persone per le strade di Monza (e anche una cara compagna del liceo, in metro); sarà perché sto facendo altrettante cose che mi appassionano; sarà perché sono in un periodo che in altri momenti avrei creduto assurdo, pieno di cattiverie e di bellezze irriducibili; ma - nel breve tragitto sul Moltenino, verso Milano, in orario, giuro - io, che sono triste (un amico importante mi definisce "triste, segretario y final", tanto per dire), mi sono sentito felice. Anzi, non esageriamo: divertito. Anzi, come nelle partiture musicali: allegro (assai). Volevo dirlo, a qualcuno. Tra qualche minuto, torno serio. A dopo.
Approvato alle 19 di oggi il bilancio di previsione 2007: per una volta, nell'aula più difficile del pianeta, ha prevalso la politica. Tra maggioranza e minoranza abbiamo concordato un percorso, e ci siamo così evitati il muro contro muro ormai tradizionale. Qualche giorno di pausa e poi torneremo al Pgt, la madre di tutte le battaglie. Grazie a tutti.
Quando la Fortuna si accanisce: il cielo è sempre più blu, la giornata è bellissima, sarebbe bello partecipare alle numerose iniziative in programma per il Giorno della Memoria (a cui, gentilmente invitato, ho dovuto rinunciare), oppure andare, almeno, che so, a Sirtori, a Monticello, a Montevecchia, a guardare le montagne. Da lontano. Ma non si può: come sempre (da sempre) noi siamo in Consiglio comunale. Non è una novità: siamo in piena discussione del bilancio di previsione 2007 - che vogliamo approvare presto, per il bene della città - e la minoranza ha presentato la solita valanga di emendamenti. Sono più di 1600. Ce la faremo. Almeno, lo spero.
Come per ogni sequel o seconda edizione di un film precedente, anche per Manuale d'amore 2 dobbiamo registrare un calo abbastanza sensibile. Veronesi non riesce a mantenere la 'leggerezza' del primo film, nel quale soprattutto il primo episodio aveva ben impressionato (con il Muccino 'piccolo' molto bravo a soffrire nell'inseguimento di Jasmine Trinca per le strade di Roma). La scelta di optare per un racconto molto schematico (quando non caricaturale), rende il film un po' troppo superficiale anche per chi non si aspettava Bergman. Detto questo, è invece da segnalare il coraggio della scelta di parlare di temi attuali, come la fecondazione medicalmente assistita (Fabio Volo ad un certo punto prende addirittura posizione, guardando in camera, sulla legge 40) e i matrimoni gay (un po' come dopo la visione di Reinas, alla fine del film tutti preferiscono Rubini a Ruini). E' quasi paradossale, ma, in particolare per il primo dei due temi, è la prima volta che se ne parla, cinematograficamente, in Italia. Ed è forse il segno dei tempi che ciò debba avvenire in un film come Manuale d'amore 2, dove, tra una risata e l'altra, si comprende una straordinaria banalità, intorno alla quale il mondo politico si divide aspramente: che ognuno sceglie lo stile di vita che vuole. E può farlo, senza dover chiedere il permesso a nessuno, proprio perché la questione riguarda spesso, se non sempre, i sentimenti e, perché no?, l'amore. Cose troppo complesse per poter appassionare e convincere il ceto politico più arretrato d'Europa (non a caso, in termini di civiltà, i protagonisti del film sono Barcellona e la Spagna). E pensare che, a volte, per capire le cose, basterebbe un Manuale...
Per un attimo, questa mattina, centinaia di migliaia di lombardi hanno temuto di essere protagonisti in prima persona dell'evento che da anni tutti si prefigurano: il grande blocco, la paralisi totale della viabilità milanese e regionale. Non il blocco di domenica: quello perenne, da cui è impossibile districarsi, la giungla di veicoli fitta come una foresta pluviale. Bloccata l'autostrada verso Bologna, poi la Est, ferma la A4 verso Torino, il fenomeno si estendeva verso Nord fino a Lissone, verso Seregno, sulla Valassina: chilometri di code e miliardi di ore lavoro buttate via. E, cosa ben più grave, il quasi-panico di non potersi muovere più, di rimanere incastrati tra le auto, in una nube tossica da fine del mondo. Poi, a poco a poco, tutto è tornato come prima. Due ore per fare Monza-Milano, per avere scelto di non prendere il treno, in ragione dei ritardi del treno della sera prima (solita storia: diretto delle 19.05 che anziché arrivare dopo dodici minuti a Monza, dopo dodici minuti parte da Centrale, per accumulare qualche minuto di ritardo anche durante il tragitto). Uno spettacolo dantesco, un 'girone' che se non avessi avuto i Franz Ferdinand a palla, non mi sarebbe passato mai. Ci vuole una rivoluzione. Sul serio. Da lunedì me ne occupo.
La spirale verde (Metrobosco anche a Monza e in Brianza)
Non sono un urbanista, né credo di potermi permettere quello che sto per scrivere. Però, ascoltando Bruna Brembilla, assessore all'Ambiente della Provincia di Milano, mi è venuta un'idea che vorrei trasmettervi. Si parlava di Metrobosco e di quel bel progetto di delimitare la città di Milano con una cintura verde che la racchiuda, la impreziosisca e la 'protegga', almeno dal punto di vista ambientale. E, allora, ho pensato: a Monza, sarebbe bello partecipare con un nostro progetto. Un percorso arboreo che parta da viale Cesare Battisti e dalla Villa Reale, che si articoli in un bosco presso il nuovo parco del Villoresi, istituito dalla giunta Faglia, prosegua lungo la Valassina (riqualificata, in superficie, può ospitare una lunga fascia verde, quasi un parco lineare), poi per viale Campania, e lungo viale delle Industrie (verso la città la Cascinazza). In fondo al viale, il nostro bosco potrebbe proseguire, attraverso la Cavallera, verso i parchi dei colli briantei e le aree boschive già esistenti del parco della Valle del Lambro. Sulla mappa si disignerebbe così una spirale verde, che ha il pregio di poter essere realizzata in progress e, volendo, di non finire mai. andando a interessare tutto il territorio della Brianza. Un'idea che sottopongo a tutti, amministratori e cittadini, e a cui tengo particolarmente. Discutiamone.
Il mio intervento al convegno di stamattina sullo smog, in Regione Lombardia, promosso dal gruppo DS-Ulivo. Se mi è consentito, vorrei partire da Giordano Bruno, e non solo perché banalmente in una giornata di febbraio del 1600 si pose il problema della combustione e delle polveri sottili, ma perché, all'inizio della Cena de le Ceneri, altro titolo di per sé significativo, dice di non volersi rivolgere alle muse che parlano «per gonfio e superbo verso in Elicona», le muse a cui spesso, quasi quotidianamente, si rivolge il presidente Formigoni: e dice di non volersi rivolgere alle muse d'Elicona, per evitare che esse rimangano deluse dall'opera a cui si appresta e scoprano, insomma, che non ne valga la pena. E che esse non tornino poi a casa, «perché qua - dice Bruno - non son pesci per Lombardi» (in Dialoghi filosofici italiani, Milano 2000, p. 22). Spiega la nota che ciò significa che non c'è niente di buono da conseguire (il proverbio è tutto giocato sul duplice significato del termine «lombardo», che indica una specie di gamberi). Mi soffermerò allora sull'analogia tra lombardi e gamberi (ottimi indicatori della qualità dell'ambiente), e sui passi indietro (da gambero, appunto) e sul tempo perduto e sui ritardi che chiamano altri ritardi della discussione sulla lotta allo smog. Che non fossero pesci per lombardi, infatti, in Lombardia, lo abbiamo capito da tempo. Non solo per le cose ricordate dai colleghi, ma anche per la sensazione che non ci sia la volontà di promuovere delle politiche attive contro l'inquinamento. E mi spiego. Dei quattro motori, siamo quello più inquinante. Rispetto alle rinnovabili, anziché puntare sulla possibilità di un salto della rana e di un vero rilancio, indugiamo ancora. Sul trasporto pubblico, stendiamo pietoso velo. Se governassimo la Lombardia vorremmo che fosse un laboratorio di soluzioni avanzate, in costante ricerca e confronto tra i diversi livelli istituzionali, con un'attenzione alle realtà locali che spesso sono più innovative e capaci dell'istituzione regionale. Dovrebbe partire dalle buone pratiche, dalle richieste, dalle osservazioni dei nostri amministratori locali. Ogni singolo passo andrebbe concordato, dalle cose più semplici e quasi scontate - si fa un blocco solo, neanche si trattasse di una ricorrenza, e non si riesce nemmeno a organizzare come si dovrebbe (faccio tra l'altro notare che quando è previsto un blocco, nevica puntualmente: non so quale fenomeno sia la causa dell'altro) -, alle richieste più sensate e documentate, come quelle di ridurre, in alcuni tratti, la velocità delle auto in autostrada (penso a Brescia, ma anche a Barcellona, che si sta ponendo il problema negli stessi termini). Dovrebbe, la Regione Lombardia, cercare soluzioni tecnologicamente avanzate: ad esempio, con una informatizzazione della mobilità, con la possibilità di monitorare i flussi, e di dare informazioni ai cittadini. Invece di posizionare lungo le strade decine di migliaia di cartelli pubblicitari (brutti, oltretutto) e in deroga al codice della strada (sono quelli storti che vedete dappertutto), sarebbe stato più utile collocare pannelli elettronici che potessero fornire le informazioni agli automobilisti, indicando loro le maggiori congestioni, i parcheggi di interscambio, le alternative all'auto e la loro convenienza. Un tempo proponemmo di dotare tutti i lombardi di un telepass, a questo scopo, e di avviare quelle politiche di contenimento e di razionalizzazione del traffico, tra cui c'è anche il ticket d'ingresso (altro moloch rispetto al quale si fa un gran parlare e non si agisce mai). Bisogna puntare, di concerto con i Comuni, sull'intermodalità, sulla possibilità di accedere alle stazioni comodamente, e magari, arrivati a Milano, o dove si deve andare, poter noleggiare una bicicletta con il telefonino, come succede in mezza Europa. Sul risparmio e sull'efficienza energetica, financo sulle lampadine a basso consumo e sulle cose minime, sarà perché vengo dalla città legata alla storia industriale della Philips, mi sembra si faccia pochissimo. Sulle fonti rinnovabili, anziché dare l'abbrivio ad un circolo virtuoso, ci si è lambiccati con la politica dell'idrogeno, e ogni anno perso in questo campo va calcolato come se si trattasse di un decennio, dal momento che la progressione, ad esempio, della presenza di CO2 nell'aria è geometrica e la crescita del riscaldamento del pianeta esponenziale. Insomma, lo spirito della legge era quello di attivare un grande spettro di soluzioni e di iniziative. Fino ad ora, non sono mancate solo le risorse: è mancato un progetto, uno stile amministrativo e un metodo, che è il caso di darsi immediatamente. La cabina di regia, nonostante il nome, non dovrebbe essere un momento televisivo, ma una sede in cui ci sia l'assunzione delle responsabilità da parte di tutti e la volontà e il coraggio di affrontare il problema. A meno di non dover dire, anche al prossimo convegno, che qua non son pesci per Lombardi.
P.S.: mi fa notare il mio capogruppo che, con le norme di Regione Lombardia, che vieta i fuochi all'aperto fino al 31 marzo, Giordano Bruno si sarebbe salvato. Purtroppo, non è così semplice...
Mi scrive l'ormai mitica Sippor. Dalle agenzie di stampa di oggi: “Mi diano i poteri e in un anno non si venderà più un diesel in tutta la Lombardia”. Lo afferma al settimanale Panorama il Presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. Che aggiunge: “ho già chiesto al Governo e all'Unione Europea di poterlo fare ma la risposta è stata un muro di gomma: il Governo prende tempo e l'Unione ha obiettato motivi di concorrenza. Il risultato: è da un anno che tergiversiamo”. Formigoni ha inoltre parlato degli interventi che la Regione intenderà porre in atto per la lotta allo smog. “Investiremo - dichiara il presidente della Lombardia - nei mezzi pubblici, entro il 2009, 1,3 milioni di euro. Poi, entro la fine dell'anno prossimo, sostituiremo gradualmente i veicoli piu' inquinanti: con questa legge dimezzeremo le polveri sottili in 5 anni”. Se tanto mi da tanto, in 10 anni di gloriosa amministrazione il talentuoso amministratore lombardo avrebbe dovuto consegnarci una Regione dall’aria intonsa e cristallina. E’ che non lo fanno lavorare, povero ragazzo, non è mica colpa sua se i bambini di Milano hanno l’asma, no: è l’Europa che lo intralcia, e questo Governo Prodi che liberalizza la benzina e difende la temibile Gilda spaziale dei Diesel. Insomma, Lui sarebbe anche un supereroe dell’aria, ma non trova nessuno che gli lanci i componenti...
I celti anche per quest'anno possono stare tranquilli. In commissione Cultura, oggi pomeriggio, nessuno - a parte noi, obviously - ha ritenuto di mettere in discussione il piano dei finanziamenti della Legge 9 per la promozione delle iniziative culturali nel territorio regionale. Per quest'anno, non cambiare: è quasi certo che torneranno gli imperdibili Celtic days di Ome (BS), le danze irlandesi di Busto, i festival di promozione del vino della val Camonica e le altre sagre da strapaese che la nostra Regione, con orgoglio, finanzia lautamente. A furia di cercare radici, siamo finiti molto in basso (e abbiamo, letteralmente, iniziato a scavare). Ne abbiamo parlato spesso e ci sembra incredibile che la Lombardia preferisca sostenere queste iniziative, anziché pensare di articolare un messaggio e una politica culturale che guardi al mondo e alle sue trasformazioni. Già pronto anche lo slogan: Regione Lombardia, mater semper celta. Si salvi chi può.
Ho aderito all'appello degli amici di Ciclobby perché il blocco di domenica sia un vero blocco, con poche, pochissime deroghe e con nessuna esenzione (come in passato, ad esempio, per le Euro 4). Se il blocco deve essere, lo deve essere sul serio: Ciclobby sostiene giustamente che "escludere dall’ordinanza di blocco una vasta platea di veicoli a motore (in primis Euro 4) riduce l’efficacia del provvedimento, è in contraddizione aperta con lo scopo di abbattere il carico inquinante, rende molto più difficili i controlli da parte delle autorità chiamate a vigilare sulla osservanza del divieto di circolazione". Ma sappiamo che nessuno ci ascolterà: del resto, come sempre, il blocco è stato preparato male dalla Regione Lombardia e la sua stessa tipologia pone molti interrogativi. Programmato da tempo, neanche si trattasse di una cerimonia o di una ricorrenza, il blocco interviene dopo settimane intere di PM10 alle stelle e magari - ironia della sorte - coinciderà con una giornata di neve (come è successo due anni fa, per altro). La Regione, dopo l'approvazione della legge del dicembre scorso non ha finanziato alcun intervento straordinario; il Comune di Milano, con l'assessore Croci (un nome, un destino) si è incartato sui ticket e si è dimostrato del tutto impreparato a contribuire alla sfida contro lo smog; i richiami degli amministratori delle più grande città della Lombardia sono rimasti senza esito; le novità per il trasporto pubblico locale tardano ad arrivare. Ecco che cos'è, davvero, il blocco: quello della politica, milanese e lombarda, evidentemente obnubilata dalla concentrazione eccessiva di polveri sottili. Del blocco, sul blog, parleremo ancora: attendo vostre segnalazioni e vostri commenti.
Stamane si è svolto un interessante incontro presso l'Associazione Industriali di Monza e Brianza sull'efficienza energetica e la promozione delle 'rinnovabili'. Straordinario l'intervento di Pasquale Pistorio, che porta in dote l'esperienza di St, tra le prime a livello mondiale, e parla di quello che può fare bene "all'ambiente e alle tasche". Un processo che può consentire, in un tempo ragionevole, di dare un nuovo orientamento allo sviluppo, ai processi produttivi e alla crescita del nostro sistema Paese. Pierluigi Bersani ha concluso, parlando di una politica verde basata su quelli che ha chiamato "vincoli di razionalità", correggendo l'impostazione del passato e rilanciando la sfida delle rinnovabili come via maestra del prossimo futuro. Tutti gli intervenuti hanno concordato che si può rientrare in poco tempo dall'investimento iniziale, sia per le rinnovabili che per il miglioramento dell'efficienza energetica delle 'macchine' e degli edifici, e che è necessario dare il via al più classico dei circoli virtuosi. Sono da tempo d'accordo con queste considerazioni, a cui aggiungo il senso del progetto Imby: coinvolgere, oltre alle categorie, gli enti locali, perché un regolamento edilizio che punta sulle rinnovabili e sulla bioedilizia, uno sportello per i cittadini, l'intervento sugli edifici di proprietà pubblica possono essere uno strumento fondamentale perché l'Italia non solo recuperi il tempo perduto, ma con il "salto della rana" faccia uno straordinario passo in avanti. Al governo Prodi, tra le tante altre cose, chiediamo anche questo.
... cresce anche ciò che salva. Lo scrisse Hölderlin, lo riprese Heidegger, lo adattò Piero Fassino alla situazione in cui ci si ritrovava, nel 2001, dopo la vittoria di Berlusconi, all'atto di lanciare la propria candidatura alla segreteria nazionale e alla ricostruzione dei Ds e del centrosinistra. La frase è ancora valida, ora, dopo il fallimento di Caserta, le indecisioni sul Partito democratico, l'impressione di "alto mare" che purtroppo permea di sé l'azione del governo (per altri versi, molto buona). E' una frase che ci ricorda che è il caso di mettersi in gioco sul serio, di abbandonare i calcoli, di affrontare i problemi per quello che sono. Ed è una frase che può anche rovesciarsi, e ciò che salva, anziché sorgere, può naufragare nell'immane potenza del negativo e del pericolo. Sono da sempre favorevole all'orizzonte del Partito democratico, come grande occasione per la riforma della politica, per un nuovo rapporto con i cittadini, per la semplificazione di un panorama politico confuso e perfettamente incomprensibile. Osservo da tempo che i Ds crescono quando cresce l'Ulivo e quando l'Ulivo è capace di rappresentare il motore dell'intera coalizione, che abbiamo chiamato Unione nella speranza che lo fosse davvero. Vedo un patrimonio straordinario di persone e di competenze e di passioni a livello locale troppo spesso frustrate dalle alchimie e dalle sofisticherie dei livelli nazionali (ci mancava, a questo proposito, soltanto il voto segreto del nostro prossimo congresso: un'aberrazione). Mi sembra che stiamo giocando in penombra, come se fossimo in serie B, come se non volessimo assumere le nostre responsabilità: e, tra le nubi, non scorgessimo più l'importanza di un grande momento per il nostro Paese. Il discorso della politica ha qualcosa di quello amoroso: se si inaridisce, se sparisce la speranza, rimane la convenienza. E la convenienza può anche non bastare. Michele Serra ha ripreso nei giorni scorsi l'immagine dei convegni di astrofisici - da lui spesso frequentata - per descrivere il congresso prossimo venturo dei Democratici di Sinistra. Mi trovo perfettamente d'accordo: il Partito democratico ha senso se ci si crede e se diventa un grande progetto politico che parla della vita delle persone e delle loro speranze (sogni e bisogni, in un gioco di parole un po' banale che spiega tante cose). Tutto il resto è noia. E non è strano pensare che sia più facile tornare indietro, cercando i motivi di divisione e di irriducibilità delle tradizioni: perché, banalmente, la strada da cui si proviene la si conosce e quella nuova non la si vuole neanche immaginare. E là dove c'è il pericolo, rimarrà solo quello. Hölderlin (e Fassino) nonostante.
Un anno fa ci lasciava Peppino Motta. Ero quasi certo che in un anno sarebbe riuscito a trovare un tecnico e ad attivare finalmente una connessione per mettersi in contatto con me e con gli amici del forum su internet che aveva inventato. Mi aspettavo, da un momento all'altro, un suo commento folgorante, magari anche su questo blog, dove mi avrebbe amorevolmente preso in giro e, nello stesso tempo, criticato senza mezzi termini: in cui si sarebbe indignato perché, ne sono certo, anche nel posto in cui si trova ora, ci sono un sacco di cose che, a Peppino, non vanno. E invece, ora, temo che se ne sia andato davvero. Ma anche questo non è vero del tutto. Perché da qualche parte, nelle parole (e, speriamo, anche nelle azioni) delle persone che lo hanno conosciuto, c'è il riflesso delle cose che lui pensava. E che scriveva. E che rimarranno, presso di noi, accompagnandoci in modo delicato, come quando si passeggiava per le strade di Monza. Con Peppino al nostro fianco.
Hillary Clinton annuncia la sua candidatura. Lo fa sul suo blog, dove scrive: «I am going to take this conversation directly to the people of America, [...] and I hope you'll start by joining me in this national conversation». Il messaggio è forte è chiaro: «I'm in» dice «to win». Non da sola, ma con la partecipazione la più ampia possibile: una «national conversation», proprio quella che manca, qui da noi, dove tutto - tra un partitino e l'altro, una polemica insulsa e un pettegolezzo da rotocalco - è talmente 'politicista' da non essere più 'politico'.
E' il caso di dire subito che Bobby non è un film indimenticabile. Ma ci sono molti 'ma' che mi fanno dire che ne vale, comunque, la pena. Non solo dal punto di vista strettamente cinematografico: il cast ricchissimo e appassionato e, soprattutto, lo schema che fa segno ad Altman, ovvero le storie di tanti protagonisti alla pari le cui vicende finiscono con l'intrecciarsi e scambiarsi di posto. E' poi straordinaria l'intuizione di scegliere l'Hotel Ambassador - il luogo dell'omicidio di Bob Kennedy - quale spaccato e crogiolo della società americana dell'epoca, quale rappresentazione - per sineddoche, potremmo dire - del melting pot e delle tensioni sociali e però anche della vita quotidiana: un hotel microcosmico che è attraversato dalle discriminazioni, dal Vietnam, dalle grandi questioni politiche, ma anche dagli amori e dai dolori e dai tradimenti. Estevez costruisce un film sull'attesa e sulla speranza che è la parte decisiva della sceneggiatura: la presenza di Bob Kennedy e della sua politica è così assicurata, senza che i suoi ultimi giorni siano descritti esplicitamente, se non attraverso le sue parole e le immagini forti e belle della sua ultima campagna elettorale. Quando arriva all'Ambassador ed entra, per così dire, nel film, il tempo è breve, come lo è stata la sua vita e soprattutto la sua sfida per governare gli Stati Uniti. In pochi secondi, anzi proprio in un istante, il sogno si spezza e la tensione esplode: si rimane così tutti vittime di una delusione senza appello e con il sapore amaro di quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Non è un film nostalgico, è un film che consente di ricordare, di farsi un'idea di una sfida di un grande uomo politico e delle persone che hanno creduto in lui (e che, pensando agli attori che vi prendono parte, ancora ci credono) e di cogliere, in particolare, un aspetto molto attuale: Bobby ci riporta a una politica che aveva una stretta corrispondenza con il mondo (e con la vita), che si basava su parole d'ordine impegnative e dirette, che si confrontava con i temi più dolorosi - la guerra e la discriminazione su tutti - senza le arcane e sovente incomprensibili formule della politica attuale. Una politica che aveva senso e dignità. Un bel modo per ricordare Robert Kennedy.
Oggi Alex ha disputato la sua cinquecentesima partita con la Juventus. Non è stata una partita da capogiro: siamo in B, non in Champions, e l'avversario è il Bari, non il Real Madrid. E la notizia, per me, non consiste nel dato statistico: sta tutta in un doppio passo, sull'angolo dell'area di rigore, alla destra della porta. Alex rientra, finta due volte e poi, di esterno destro, come si passa il sale, l'appoggia a Nedved nel cuore dell'area, a un passo dal portiere e dal quarto gol juventino. Un gesto naturale, da campione, che Alex sembra salutare con una serenità che da tempo non provava. E' sereno, il Nostro, e felice. Sarà per via della penombra, quello stato in cui Del Piero, dopo anni di luci folgoranti e fitte tenebre, di subitanei abbagli e lunghi periodi di oblio, è finalmente approdato. Una penombra che oltretutto coincide con la penombra della B, che si è spalancata dopo lo sfavillare dei lampioni della finale berlinese. E viene in mente una poesia di Borges (una di quelle, per intenderci, da prima del sipario) che elogia proprio la penombra. Dice Borges, parlando di sé, ma almeno un po' anche di Alex: «Siempre en mi vida fueron demasiadas las cosas (sono sempre state troppe, nella mia vita, le cose)» e ora, invece, «esta penumbra es lenta y no duele; / fuye por un manso declive / y se parece a la eternitad (questa penombra è lenta e non fa male; scorre lungo un dolce pendio e assomiglia all'eternità)». Là finiscono agonie e resurrezioni, giorni e notti, tutte le giocate e le cadute di un giocatore straordinario che, dalla penombra, riesce ancora a concederci quelli che ancora Borges chiamerebbe «los oros de tu sombra»: di quell'ombra, i riflessi dorati. E anche qualche sogno: anche i sogni, del resto, soprattutto nella penombra, si trovano a proprio agio.
Il nome dell'autrice è Irène e fin lì ci siamo. E' il cognome che fareste fatica a ricordare e a sussurrare al libraio: Némirovsky. Più semplice allora puntare sul titolo: La moglie di don Giovanni (Adelphi). Una storia breve e tesissima, nella quale l'amore entra di soppiatto, «come un ladro» («neanche sappiamo il suo nome e già ci ha preso il cuore»). La lettura è sconvolgente: di don Giovanni si sa da sempre che è il caso di diffidare. Della moglie, invece, non lo avremmo mai immaginato. Di lei (Nicole) apprendiamo che, non bella, e più vecchia di lui, era molto infelice perché, pur non sapendo «accettare le cose come sono», «per orgoglio non cercava di cambiarle». Ma, a un certo punto, le cose cambiano, e un sussulto di quell'orgoglio (e di una tardiva riscoperta della propria femminilità), cambiano il quadro irreversibilmente (benché in un modo del tutto tragico e inutilmente). Gli occhi, un tempo "arcieri dell'amore", diventano allora pistole (vere) e l'odio e il rancore conducono a un finale imprevedibile.
Formigoni s'innamora di Bollywood e dall'India promette (minaccia?) un festival del cinema popolare che rappresenti la produzione di Bollywood a Milano. Tutto benissimo. Che sia anche la volta buona che si trova una soluzione per la Rai (di Milano, non di Bombay)? Che sia l'occasione, oltre che per misurarsi con le missioni all'estero, anche per confrontarsi con i problemi del cinema lombardo, dei suoi festival, della sua sopravvivenza? Dagli articoli del prode Schirinzi (ribattezzato Schirhindi per l'occasione) non siamo riusciti ad appurarlo. Da un'Ansa apprendiamo però che «la Lombardia si offre all'India come possibile grande set per la realizzazione di film e come divulgatrice in Europa del cinema indiano ancora poco conosciuto». Finalmente abbiamo capito a cosa può servire il megacentro di produzione di fiction (echipiùnehapiùnemetta) che la Regione ha voluto ricavare presso la Manifattura Tabacchi. Per trovare una soluzione, Formigoni è dovuto andare fino a Bombay. Anche in questo caso, però, il condizionale è d'obbligo.
«Stanotte, notte bianca che nessuno la può dormire», cantava De Gregori anni fa, aggiungendo: «c'è qualcosa che ci manca che non sappiamo definire». De Gregori, sulla poppa della nave, immaginava di abbandonare la riva, alla volta di capo d'Africa, per dimenticare un amore. Molto più modestamente (e prosaicamente), sono appena rientrato da una riva sì, ma del lago di Como, dove ho partecipato ad un'iniziativa sull'ambiente 'ospite' del consigliere Gaffuri, candidato sindaco per le comunali della prossima primavera (Luca, in bocca al lupo!). Si parlava di polveri sottili e sottilmente si ricostruiva il percorso della legge regionale anti-smog: la legge più citata e meno applicata della storia regionale, perennemente al centro del dibattito e mai dell'iniziativa politica. L'impressione è che sia sempre più forte il tema ambientale nella consapevolezza delle persone e delle nostre comunità e che, al solito, sia la politica ad essere in ritardo. A Como (neanche fossimo a Milano...) un giorno su tre lo smog è sopra la soglia da più di tre anni (ancora De Gregori che canta: «mentre passano le prime ore ed i giorni, i mesi e gli anni...»). Ed è stato, oltretutto, di molto curioso parlare di riscaldamento globale nella sera più calda di tutti gli inverni che io ricordi (c'erano venti gradi, stasera, sulle colline della Brianza comasca e un'aria che sembrava di partire per le vacanze estive). Che sia per questo caldo che non riesco a prendere sonno? In breve, «stanotte, notte strana, con la riva che si allontana...».
Polveri in villeggiatura (i luoghi camuni dello smog)
Merate, Calusco, Sondrio, Erba, Meda, un tempo località di gite fuoriporta, di passeggiate domenicali. Eppure sono proprio le centraline di rilevamento situate in queste città che hanno registrato nei giorni scorsi la più alta concentrazione di PM10 ("luoghi camuni", diremmo noi). Ecco come cambia la Lombardia. Soltanto a Bormio, forse, si può trovare un po' di aria pulita (non andateci in macchina, però, altrimenti è inutile...). Dimenticavo: Formigoni, che alle località lombarde appestate dalle polveri preferisce in questi giorni il Sud Est asiatico, da cui ogni giorno lancia una proposta epocale e decisiva per le sorti dell'umanità, dopo l'approvazione della legge anti-smog voluta dalla minoranza (e dal gruppo Ds in particolare), non ha fatto niente di niente di niente. Di tanta speranza, ci rimane soltanto il blocco del 28, ma sappiamo già che - pur essendo giusto e utile dal punto di vista culturale e della percezione delle nostre città - servirà a poco. Mai, però, come la Regione Lombardia e le sue fantomatiche politiche anti-smog.
Mi scrive l'ottima Sippor e immediatamente posto:
La stazione di Bovisa, nodo di interscambio tra le Nord e il Passante Ferroviario e punto di convergenza delle linee gestite dalla società regionale, è a pochi passi dalle aule decentrate del Politecnico di Milano e al centro di un quartiere che, negli ultimi anni, ha vissuto una stagione di riqualificazione che sta riuscendo a far dimenticare, ai pendolari di vecchia data, le visioni da day after delle fabbriche fantasma diroccate e inquietanti. All’ingresso della stazione, che guarda a sud, un cartellone informa i passeggeri che sul tetto della stazione è impiantato un pannello solare, mentre un display lumninoso, (incredibilmente funzionante) aggiorna in tempo reale i dati sui kw prodotti. Una bel biglietto da visita per una delle porte d’accesso alla città di Milano, che della sensibilità ecologica non si può dire abbia fatto una dottrina. Il pannello non è nuovo, ma sta lì dal 1999, cioè da quando ENEL Ricerca ed ENEA hanno lanciato il "Programma Nazionale 10.000 tetti fotovoltaici", che ha portato alla realizzazione di 5 impianti dimostrativi in siti caratterizzati da elevata visibilità al pubblico e con l'obiettivo di curare l'integrazione architettonica della realizzazione. La legge Finanziaria 2007 recentemente approvata si muove nel solco di questa buona filosofia, insieme educativa, economica ed ambientale, introducendo importanti novità per la riqualificazione energetica degli edifici. Ci auguriamo che la Lombardia voglia proseguire sulla strada indicata dal pannello della Bovisa, privilegiando la diffusione di buoni esempi pubblici di utilizzo delle fonti rinnovabili, a cominciare dall’energia fotovoltaica. E stimolando i cittadini a catturare il sole, invece di lasciarsi catturare dai solarium…
L'inarrestabile Claudio Schirinzi non si ferma più. E' in India per il Corriere, al seguito di Formigoni, e ogni cosa che vede lo commuove. E la registra con passione. Oggi ci parla dello tsunami e dei bambini. L'attacco dell'articolo è strepitoso: «Quelle che colpiscono di più, come sempre, sono le storie che hanno come protagonisti i bambini»: proseguendo nell'articolo, però, si capisce che la storia, come sempre, ha per protagonista Formigoni. E come potrebbe essere altrimenti, sembra chiedersi Schirinzi? Per il Sud Est asiatico, Regione Lombardia non ha lesinato aiuti e contributi. Pensate: non c'è stato bisogno nemmeno di un programma tipo Oil for food per dare corso alle iniziative più umanitarie di tutti i tempi. Presso le popolazioni vittime dello tsunami, la solidarietà si è manifestata limpidamente, senza mazzarini né mezzucci di sorta. L'articolo finisce così: chi ha contribuito a una simile iniziativa, ha il diritto di essere orgoglioso. E noi con lui (nel senso di Schirinzi e di Formigoni, per chi ancora riesce ad apprezzare la differenza, sempre più sottile, tra l'inviato dal Corriere e l'inviato dalla provvidenza).
Sto lavorando alla creazione di una sede di approfondimento sulle politiche brianzole (e del Nord Italia). Ne parliamo, ormai, da due anni: con la costituzione della federazione di Monza e Brianza e l'elezione di Enrico Brambilla, è venuto il momento di passare all'azione. Officina, pensata prima della Fabbrica prodiana, vuole essere una sede di elaborazione nello stesso tempo il più possibile scientifica e il più possibile aperta. Officina si colloca nell'ambito dell'Ulivo e vuole, perciò, essere uno strumento a disposizione di tutta l'Unione. Si avvarrà della collaborazione con la Casa della Cultura di Milano. Riprenderà il lavoro delle Città possibili. Darà spazio agli argomenti di attualità e di prospettiva, come si suol dire, con un linguaggio nuovo e semplice. Qui di seguito le linee di un ipotetico manifesto:
Officina nasce quale momento di elaborazione delle forze politiche e culturali che si riconoscono nell'Ulivo e nel progetto del Partito democratico.
Officina si occupa più del progetto che del programma: vuole descrivere le prospettive e gli scenari, guarda all'innovazione e alle trasformazioni della società.
Officina pensa che la Brianza sia un caso di studio particolarmente significativo per comprendere l'Italia del Nord: la Brianza è microcosmo, cuore della regione, cerniera tra la metropoli e la 'provincia': anche per questo è 'luogo' della globalizzazione.
Officina guarda al 2009, anno delle prime provinciali e delle europee.
Officina ha l'ambizione di fornire alla politica strumenti utili e competenze antiche e nuove.
Officina punta al confronto e al benchmarking verso le realtà più innovative a livello nazionale e internazionale.
Officina parla un linguaggio semplice, diretto, puntuale.
Officina è in Brianza ovvero in Europa: ha sede a Monza.
Officina ha un sacco di finestre: sul mondo, sul clima, sulla cultura, sui popoli.
Officina ha una porta, dalla quale possono passare tutti quelli che lo vorranno.
Officina, infine, ha un particolare legame con le proprie origini: sforza la memoria, insomma, per ricordare il futuro.
Ripresi i lavori del Consiglio comunale nella città di Monza, sono tornati. Eccoli. Sono i professionisti dell'ostruzionismo. Non contenti di aver presentato la bellezza di ventimila e passa emendamenti sul Piano di governo del territorio, ne hanno depositati milleseicento anche sul bilancio di previsione. E' il centrodestra di Monza: anzi, di Nonza, della città dei no e dei ritardi, dei rinvii e del boicottaggio. In democrazia chi vince governa, discute, si confronta e, tutt'al più, i cocci sono suoi. Nella Monza di questa destra scatenata, invece, chi governa deve passare il tempo a calendarizzare consigli (anche otto al mese, contro la media regionale dei capoluoghi di provincia di due consigli soltanto) per superare il filibustering delle opposizioni. Un bel messaggio in vista delle elezioni comunali di questa primavera, che sintetizzo in uno slogan: non vorremo mica essere governati dai nonzesi...
Il tratto monzese della Valassina, noto anche come viale Lombardia, è da sempre oggetto di polemiche e di strumentalizzazioni. Comprendo e rispetto da sempre la preoccupazione dei cittadini che vivono sulla propria pelle un problema reale, per molti aspetti esasperante. È invece incomprensibile che gli esponenti politici usino informazioni distorte per attaccare il Governo su un progetto che ha visto negli ultimi mesi (finalmente) la collaborazione fattiva di tutti gli enti interessati, a partire dal Comune di Monza. Evidentemente, quando il gioco si fa duro e difficile (e la responsabilità è d'obbligo), non tutti riescono a 'reggere' e si abbandonano più facilmente a uscite elettoralistiche. Così facendo, un risultato è assicurato: anziché interrare il viale, tumuleremo le residue speranze dei nostri concittadini di essere rappresentati da persone serie.
L'incredibile Claudio Schirinzi da Nuova Delhi per il Corriere: quando l'uomo diventa velina. Il fatto. Formigoni è in India (lo si può vedere anche su You Tube con improbabili felpe viola) e tutti si chiedono perché una Regione debba avere una politica estera. Ma Schirinzi, che fa parte della delegazione per celebrare il momento epocale che il miliardo di indiani sta vivendo, non vede il problema. Anzi: oltre a riportare senza filtro le dichiarazioni di Formigoni, documenta l'austero comportamento del presidente dei lombardi all'estero. "Anche se nessuno lo dice [notare la straordinaria premessa], la parola d'ordine è risparmiare. Piccoli, ma eloquenti segnali: non più alberghi di lusso, ma al massimo a quattro stelle; non più una limousine per il presidente, ma una semplice monovolume". Dentro la notizia: scopriamo grazie all'affidabile Schirinzi che, nei suoi numerosi viaggi, Formigoni optava per gli alberghi di lusso e per le limousine. Per l'India, ha pensato non fosse il caso. La compagnia di Schirinzi era sufficiente per rendere gradevole il viaggio.
Fonzie è un mito da sempre. Ma quella frase di Nanni Moretti, che accusava i dirigenti dell'attuale Sinistra di essere cresciuti guardando Happy days (con il celeberrimo: "Nanni, ma cosa c'entra?", e la risposta folgorante: "Non c'entra, ma c'entra") è uno dei passaggi fondamentali della filmografia morettiana. Mi affido a Michele Serra (e anche a Gianni Cuperlo) per un commento: "E tu, stai con Fonzie o con Nanni Moretti? Prima che qualche malintenzionato si impossessi di un quesito così nevralgico per le sorti della sinistra italiana, facciamolo nostro. Dichiarando subito (nello spirito di Caserta) che noi stiamo con entrambi. Fortemente con entrambi. La cronaca. In Italia per lavoro, l'indimenticabile Fonzarelli (al secolo Henry Winkler, oggi uno splendido sessantenne) è stato intervistato dal settimanale Chi. Che gli ha sottoposto una frase caustica di Nanni Moretti sui dirigenti della sinistra italiana. Che ti puoi aspettare da chi è cresciuto guardando Happy Days? Fonzie ha risposto da par suo, anzi meglio. In tipica azione di contropiede, ha collocato Happy Days e i suoi fan nel bel mezzo del Movimento: "Alle convention di Happy Days si manifestava contro la segregazione degli afroamericani e a favore dei portatori di handicap. Ho sempre appoggiato Bill Clinton e ora sostengo Hillary. Sono un uomo di pace, amo il mio paese ma non la politica di George Bush". Se non è egemonia culturale della sinistra questa... Non solo nei cineforum, ma perfino nelle fasce più pop dei palinsesti si praticava, già in pieni anni Settanta e Ottanta, il più sfrenato politically correct. Di Robin Williams, quando giovanissimo faceva Mork di Ork ("Io sono Mork, sull'uovo vengo da Ork") già si sapeva che, in quanto alieno e dunque immigratissimo, era portatore di istanze democratiche. Ma di Fonzie, che ci pareva soprattutto un divertentissimo cazzaro, veniamo a sapere solamente in extremis che era ed è impegnato politicamente. Pazienza: quello che conta è chiarire una volta per tutte che la cultura di massa è un mare magnum che contiene, al suo interno, veramente di tutto, dall'eccellente artigianato di parecchi serial americani a piccoli capolavori come i Simpson. E un'infinità di porcherie, naturalmente. Uno tsunami di robaccia. [...] Se alcuni dirigenti della sinistra danno la netta impressione di avere qualche neurone scarburato la colpa probabilmente non è di Fonzie, quanto piuttosto dell'accumulo nocivo, decennio dopo decennio, di riunioni non sempre utili, in stanze non sempre aperte ai refoli della primavera e alle voci della strada. Ne ha ammazzati di più la stesura di una mozione, e peggio ancora degli emendamenti a una mozione, piuttosto che l'intera serie di Nonno Libero. Certo la questione del rapporto tra cultura alta e bassa si è complicata, negli ultimi anni. O per cinismo o per stupidità (spesso è impossibile distinguere i due moventi...), è diventato molto di moda lodare in blocco la melma e la fuffa televisiva [...]. Ed è considerato molto spiritoso, per dire, dichiarare che l'incredibile Hulk ha meglio operato, per l'emancipazione dell'umanità, di Kant o di Benedetti Michelangeli. Di qui, per dignità, la nostra intatta difesa dei cineforum, e addirittura (lo dico! lo dico!) la rivendicazione della grandezza assoluta della "Corazzata Potemkin": no, non era una boiata pazzesca. Era un capolavoro, compagno Fantozzi. In conclusione, stare sia con Fonzie sia con Moretti non significa dare il classico colpo al cerchio e alla botte. Significa, credo, saper distinguere, o comunque provare cocciutamente a farlo. Lo stesso Nanni Moretti, per altro, ha dato molteplici prove di conoscere e amare diversi aspetti della cultura di massa, comprese alcune delle canzonette sgangherate (alcune belle, alcune sgangherate) che accompagnano i suoi film. Perché poche cose commuovono (lo diceva anche Proust) come le cattive canzoni. E il cast di "Ecce bombo" quasi al completo, se l'Italia fosse l'America, sarebbe stato l'eccellente protagonista di una serie di telefilm indimenticabile, compreso il famoso e invisibile amico etiope [...]. Perché non è vero che bisogna amare sia il "basso" che l'"alto". Bisogna, potendo, amare il meglio dell'alto e il meglio del basso".
Pare che Formigoni abbia scoperto Youtube e Bollywood in un colpo solo. Straordinario. Presto, presso la Manifattura Tabacchi, avremo il piacere di apprezzare gli studios di Formigoni. Nell'attesa, possiamo dilettarci con le prime opere cinematografiche del genio di famiglia, che ovviamente non sono io, ma il Fratellino. Che su Youtube è arrivato prima di Formigoni, per descrivere la gente della città (People in the city potremmo intitolare la sua personale rassegna). La citazione bergmaniana, strepitosa, fa il paio con le potenzialità della piattaforma web che la ospita: cliccare per credere. E, se non vi basta, cliccate anche su Interismi: Chopin vendica gli juventini provvisoriamente in serie B.
Stiamo scrivendo il programma elettorale per Faglia sindaco. Lo stiamo facendo cercando di corrispondere alle esigenze dei cittadini, alla vocazione della città, al rispetto per la sua bellezza. Stiamo predisponendo anche i passaggi necessari - come si dice in politichese - perché sia un programma partecipato e condiviso, in cui il maggior numero di persone possa dire la propria. Per non tornare indietro, Monza ha bisogno di riconoscere la propria ricchezza: come l'essere di Aristotele, si può dire in molti modi. Vale la pena di indagarli, insieme, e di individuare quelli che meglio la descrivono.
Sono d'accordo con Carlo Porcari, che scrive: «Le dichiarazioni rilasciate dal consigliere regionale De Martini (Lega) su La Provincia Pavese di venerdì a seguito dell’ennesima rapina nel pavese mostrano, come sempre, il limite di proposte demagogiche e populiste utili solo a dare visibilità a chi le porta avanti. Ritenere che un cittadino, o una famiglia, possa avere un incentivo economico grazie a una legge regionale per tenere la pistola in un cassetto è palesemente incostituzionale, oltre che particolarmente agghiacciante e diseducativa, ancor più se viene proposta proprio il giorno dopo la scoperta-confessione dei coniugi vicini di casa della strage di Erba. L’idea di una sorta di “fai da te” dell’autodifesa è in sé molto pericolosa e denota una leggerezza spaventosa. Siamo di fronte al solito corollario propagandistico-demagogico perfettamente in linea con la strategia Leghista di questi mesi: da una parte fomentare e spaventare i cittadini, come successo a Opera con i preoccupanti fatti di intolleranza legati all’incendio del campo temporaneo del 23 dicembre, o a Erba, con la caccia allo straniero delle ore seguenti la terribile strage - per poi scoprire che nulla c’entrava - dall’altra portare avanti una politica di disimpegno progressivo delle istituzioni. Siamo al “voucher pistola”, e ciò che ancora più preoccupa è la mancanza di strategia complessiva, oltre alla constatazione che la proposta di De Martini è del tutto improponibile sul piano legislativo, e costituisce una prima mondiale assoluta: infatti non risulta che in nessun paese al mondo ci sia una legge che finanzia i cittadini perché si armino».
E' molto tardi. E il film di Muccino poteva anche essere il film sbagliato. Invece non lo è e non lo è stato. Se vi dicono che La ricerca della felicità descrive il sogno americano, da Franklin a Reagan, da un punto di vista un po' destrorso, hanno ragione e torto insieme. Perché il segreto del film è la lunga attesa con la quale il sogno si manifesta: il processo, insomma, è molto più importante del risultato, nella lettura un po' europea (e un po' neorealista) che Muccino vuole offrire, pur essendosi travestito perfettamente da regista americano. E il punto è che ciò si ottiene attraverso le contraddizioni della società americana, come si suol dire, ma soprattutto attraverso la lettura molto umana (e tenera) della storia. Il 'punto' del film pare essere che la felicità non solo non coincide con il successo (o con i soldi), ma è disseminata anche nei momenti tristi e duri delle vicende di un bravo Will Smith e del dolcissimo piccolo, che è figlio suo anche nella vita. La felicità fatica ad arrivare e in alcuni momenti sembra allontanarsi irrimediabilmente. Ma poi, molto tardi, arriva. Un sogno maturo e non scontato, quindi, come sembra essere questo film di Gabriele Muccino.
Il Congresso dei Ds, il primo della nuova Federazione di Monza e della Brianza, si sta svolgendo in queste ore, a Monza. Ieri, dopo la bella relazione di Roberto Rampi, ho avuto il piacere di intervenire. Nel caso proprio non poteste fare a meno di leggerlo :), il mio intervento lo trovate qui. Ogni commento è gradito.
La virata è una piccola pubblicazione di William Langewiesche (Adelphi). Si spiega, perché sia comprensibile a tutti, la dinamica della virata aeronautica. Sarà perché recentemente mi sono appassionato alle nuvole, ma anche la virata è tema intrigante: dipende certamente dall'inclinazione delle ali, ma ha numerose e imprevedibili conseguenze sia sul volo che sulla nostra percezione. Soprattutto quando il volo è cieco e, appunto, nuvoloso. Allora, dice Langewiesche, non è il caso di affidarsi all'istinto, perché - e dipende dal nostro organismo e da alcune questioni fisiche molto banali - l'istinto, a cui noi spesso ci affidiamo, nel caso del volo, può ingannarci. Per questo è il caso di affidarsi agli strumenti ed evitare di arrivare a conclusioni immediate e precipitose (è proprio il caso di dirlo). Del volo, sostiene l'autore, la virata è componente essenziale: saperla interpretare è decisivo perché si possa parlare, appunto, di volo in senso pieno. E, arrivati alla fine del libro, che si riesce a leggere su un Milano-Roma (nel senso del viaggio in aereo, of course), non ci si può non chiedere se anche nella vita (e magari anche in politica) la capacità di saper 'gestire' la virata non sia la cosa più importante (sto parlando di dubbi, dilemmi e, in breve, di scelte). Miscelando la nostra preparazione, la nostra esperienza, con la necessità di prendere una direzione magari diversa da quella che abbiamo finora seguito. O, forse, in realtà, solo per correggere la rotta o, ancora, per mantenerla, nonostante le turbolenze. E' questione di accelerazione, di gradi e di sapere cosa si sta facendo: per prima cosa, virate in libreria (senza l'aereo, possibilmente: non sarebbe carino).
Confessano i due pluriomicidi di Erba e scende la tristezza. Come ricordavo in un post di due giorni fa, la questione è delicata e lo ribadiva Marcello Saponaro in un bel commento, ricordando che l'assessore Prosperini, esponente della turbodestra lombarda, in un dibattito televisivo, aveva sentenziato: «quel delitto può averlo commesso solo un islamico!». Infatti, non l'ha commesso né un islamico né uno straniero. La violenza di Erba, quella di casa nostra (quella all'interno delle nostre case), l'invidia sociale, le inimicizie di una realtà provinciale tanto tranquilla quanto potenzialmente efferata, ci parlano di un paesaggio più tradizionale ma per questo non meno sconvolgente. Di fronte a simili avvenimenti, la politica ha un compito e una responsabilità grandi: cercare di elevare i conflitti, nell'interrogarsi sulle ragioni piuttosto che nell'alimentare polemiche e commenti da trivio, come è puntualmente accaduto anche a margine della strage di Erba. A volte il male abita presso di noi e siccome fa ancora più paura è più semplice allontanarlo, attribuendolo a questo o a quell'uomo nero, venuto da lontano, dimentico di sé e degli uomini.
Il colmo dello scolmatore: il Ministero dà ragione al Comune
Mi scrive Alfredo Viganò e sono felice di comunicarvi quanto segue. Vi ricordate la questione del canale scolmatore che deturpa il Parco Reale? Questione complessa su cui vi sono state più critiche e denunce culturali, politiche e civili. Fu preciso l’intervento della Amministrazione e in particolare del sindaco Faglia nella denuncia di una scelta insostenibile e di un'opera assurda. Questa scelta inoltre è connessa alla questione della nuova delimitazione delle fasce di rispetto del Fiume per i rischi di esondazione e che interessano in particolare la Cascinazza. Per la denuncia fatta molte furono le adesioni in campo culturale, giornalistico, universitario, di molte personalità e cittadini che hanno amore per la qualità ambientale della nostra città e del territorio del bacino del Lambro. La questione ha interessato anche Report, ormai più di un anno fa (sul sito www.cascinazza.info trovate tutte le informazioni di dettaglio). E’ in corso una causa presso il Tribunale delle acque promossa dal Comune di Monza, con il concorso del Comune di Cologno Monzese e con l’appoggio di altri Comuni avverso le decisioni della Autorità di bacino del Po in relazione alla delimitazione delle fasce di rispetto del fiume per i rischi di esondazione in caso di piena. Vi ricordate che a queste denunce l’Autorità di bacino rispose annaspando e dicendo cose del tutto inesatte come quella di riferire che i Comuni erano consenzienti quando in realtà vi è addirittura un ricorso dei Comuni contro le loro decisioni? Vi ricordate che l’Assessorato regionale competente, per intenderci quello al territorio (e delle leggi ad hoc per Monza) aveva sostenuto che la denuncia si riferiva ad un progetto superato mentre quello vero era poche centinaia di metri sopra, ma sempre deturpante il Parco storico? Bene, il 9 gennaio ci è giunta una buona notizia che mi porta a sottolineare il rispetto che dobbiamo alle nostre istituzioni (nazionali in questo caso, ma non solo). La lettera, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Dipartimento per i beni culturali e paesaggistici, a firma del Dirigente Reggente dice, “in riferimento all’intervento descritto in oggetto e facendo seguito a quanto……..la nota n. 88785 del 29/11/2006 del Sindaco del Comune di Monza, con la quale si descrivono gli impatti che si genererebbero sul Parco della Villa reale di Monza dall’ipotizzata costruzione di un canale scolmatore del fiume Lambro": “Ritenuto di condividere tutte le preoccupazioni e motivazioni addotte dal sindaco di Monza contro la realizzazione del progetto in argomento si richiede a codesti uffici di porre in essere tutte le possibili azioni a tutela del bene culturale in questione". Tra le istituzioni alle quali il messaggio è rivolto c'è la Regione Lombardia, nella persona e nella figura del suo Presidente. Ora tocca a Formigoni e alla sua giunta il compito di rispettare questa indicazione e di non 'giocare' più con i destini della terza città della Lombardia, che pretende il rispetto dei suoi cittadini e delle norme.
Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, Corriere della Sera di ieri: in Italia «su 18.651 docenti di ruolo, quelli con meno di 35 anni sono 9: lo zero virgola zero cinque per cento. Al contrario, quelli con più di 65 anni sono 5.647: il 30,3%. Eppure lo sanno, quelli che governano il mondo universitario. Sanno che Enrico Fermi prese il premio Nobel a 37 anni, Renzo Piano progettò il Beaubourg a 34, Federico Faggin inventò il microchip a 30, Bill Gates fondò la Microsoft a 30, Larry Page e Sergei Brin sbaragliarono i colossi di Internet con Google quando ne avevano solo 25. E insomma sanno che l'esperienza è fondamentale e la saggezza è un dono dell'età e magari possono pure invocare Giuseppe Tomasi di Lampedusa che pubblicò Il gattopardo quando era anzianotto ma per certe cose, soprattutto nei campi della scienza, c'è un'età dell'oro. Ed è quella che certi giovani geni italiani, se non se ne vanno prima, passano in coda alla porta di questo o quel barone sperando che venga loro lanciato un tozzo di contrattino da poche centinaia di euro. I numeri del ministero (ufficiali e aggiornati al primo gennaio 2007 e dati al Corriere sulla base dei codici fiscali) sono lì, impietosi. E dicono che negli ultimi 22 anni i docenti di ruolo negli atenei statali sono più che raddoppiati: da 8.454 del 1985 ai 18.651 di cui dicevamo. Solo che la moltiplicazione delle cattedre non ha visto affatto in prima fila i giovani. Le "torte" statistiche che pubblichiamo, riprese da un intervento degli studiosi Stefano Zapperi e Francesco Sylos Labini e aggiornate per la parte italiana coi dati d'oggi, dicono che contro il nostro umiliante 0,05% i cattedratici sotto i 35 anni sono il 7,3% in America, l'11,6% in Francia, il 16% nel Regno Unito. E che al contrario gli anziani oltre i 65 anni scendono al 5,4% in America, all'1,3% in Francia, all'1% in Inghilterra».
Di fronte alla violenza non raccontabile dei fatti di Erba è sempre meglio riflettere prima di parlare o di scrivere. E' triste però constatare per l'ennesima volta che, quando l'indiziato era extracomunitario, nessuno si era trattenuto: anzi. Sbattuto in prima pagina il mostro magrebino, per alcune ore se n'è parlato con grande entusiasmo, sui giornali della destra e, ahinoi, anche su molta stampa indipendente. Faceva scopa, la strage, con tutta una retorica razzista e vile di cui la nostra politica (regionale e nazionale) è piena fino al colmo. Oggi che sotto accusa sono i vicini di casa - un triste lampo sulla difficoltà della convivenza nel senso più spicciolo - sarebbe forse il caso di aprire una riflessione, misurata e civile, sulla violenza e sulle sue esplosioni. Anche quando la violenza è quella dei commentatori e dei benpensanti, che la sanno talmente lunga che sbagliano quasi sempre.
Il vertice a Caserta è decisivo per il governo Prodi e per il 2007, che si annuncia come anno di riforme e di grandi cambiamenti nel seno della società italiana. A parte la scelta della reggia, forse un po' eccessiva dal punto di vista simbolico, colpisce (positivamente) l'idea di collocare nel Mezzogiorno il vertice dell'Unione. Ci auguriamo che il prossimo sia promosso presso l'altra reggia, la nostra, ovvero la villa reale di Monza, nel cuore della Lombardia e del Nord. Perché il successo dell'azione di governo passa anche dalla capacità di interpretare le esigenze delle nostre terre, nel modo più efficace possibile. Caro Romano, ti aspettiamo alla Villa.