Mentre terminavo la lettura dell'ultimo, consigliabilissimo pamphlet di Hitchens (Consigli a un giovane ribelle, Einaudi), ho finalmente visto la più struggente storia di un ribelle che sia stata raccontata ultimamente: Into the Wild di Sean Penn. Un film straordinario sulla cultura, sulla letteratura e sul cinema americani. Anzi, volevo dire proprio sull'America. Un'unica annotazione per i cultori del genere: rispetto a Thoreau, in Sean Penn la natura è molto più ostile e vera e il distacco indiscutibilmente più radicale, anche perché meno concettualizzato. Immagino che tutti abbiate già visto il film. Se così non fosse, precipitatevi al cinema. La frase del film: «Ho letto da qualche parte che nella vita quello che conta non è essere forti, ma piuttosto sentirsi forti. Misurarsi. Almeno una volta». Quella più bella: «Happiness is only real when shared».
Non riuscirò più ad andare al cinema per settimane, per cui conserverò a lungo il ricordo di Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen. Già il libro di McCarthy era strepitoso, ma il film è indispensabile. Consiglio libro e film, possibilmente in quest'ordine. Nel dubbio, però, forse per la prima volta in assoluto, consiglio il film. Yes, we Coen.
Elenco delle cose che mi sono piaciute di Caos calmo (chi non ha visto il film non capisce perché faccio l'elenco ed è quindi pregato di recarsi con urgenza presso la prima sala disponibile della propria città). Un grande Nanni Moretti in un film nannimorettiano quasi quanto i suoi primi (le ossessioni di Bianca, La messa è finita e le sue solitudini), ma anche le parti migliori dei suoi ultimi (le scene in auto, come La stanza del figlio e il «si muore un po' per poter vivere», come la sequenza del divorzio tra Buy e Orlando ne Il caimano) . Una trasposizione molto fedele, quanto al messaggio, quanto alle emozioni, del romanzo di Veronesi. Una grande piccola attrice come Blu Yoshimi. Le cose che non possono tornare quelle che sono state, non sono 'reversibili' come il titolo di questo post e della frase palindroma con cui il film si chiude. L'elaborazione del lutto che è sempre assurda, proprio come il lutto che cerca di elaborare. I brutti sogni che sono brutti proprio perché, quando li facciamo, non ci sembra di sognare. La solitudine che inquieta e che tutti cercano di interpretare e di esorcizzare e che insomma quasi nessuno capisce. L'attesa che è un tempo lungo e forse non è nemmeno un tempo (anzi, non lo è per niente, è il suo contrario). La scomparsa di Lara. L'incontro con Jolanda. Una colonna sonora pensata alla perfezione (con più di un rinvio alla playlist del romanzo). Le email della propria donna che è meglio non leggere. L'importanza di avere un fratello con cui abbiamo poco e insieme tantissimo da spartire. Il sesso che di per sé non spiega niente ma forse non è vero. La vita e la morte. Un pianto in auto. Il personale che supera il pubblico. Il caos. Calmo. Di gente che attraversa i giardini. Quelli dove a volte ci ricoveriamo. Perché non sappiamo dove altrimenti potremmo andare.
No, non è un post dedicato alle elezioni... E' il titolo del film di Woody Allen, che in italiano in realtà suona così: Sogni e delitti. Bene, è forse la prima volta che Woody Allen mi delude, nonostante l'ottima prova di Farrell e di McGregor e la perfetta ambientazione londinese (già di Match point e di Scoop). I dialoghi e la trama sono al di sotto delle aspettative, e lo stesso tema tragico molto meno avvincente di quello di Match point. Unica, vera e 'assoluta' chicca: la citazione di se stesso che Woody offre in una scena, con il Tower Bridge e il grattacielo di Foster sullo sfondo, che ricordano tanto i ponti di Manhattan. E fanno rimpiangere quel grande regista che in questo caso si esprime solo a metà.